STORIA: SICILIA 1943 … parte seconda

Luglio 1943: la VII armata Usa del gen. Patton sbarca
sulle spiagge di Gela, Licata e Scoglitti. Per l’Italia è l’inizio della fine

IL MAGLIO ALLEATO SULLA SICILIA:
BLITZ ESEMPLARE, VITTORIA AMARA

di PAOLO DEOTTO

 

“Attraverso la folla che ci dava il benvenuto, una colonna di soldati italiani marciavano su un lato della strada con le braccia alzate sulla testa. Ne vidi uno che guardava rabbiosamente mentre un civile gettò con gioia un cocomero sul mio sedile. Un altro soldato camminava con le lacrime che gli scorrevano lungo la faccia… Mai avevo visto uno spettacolo più pietoso. E i soldati italiani, mentre passavano attraverso la folla dei loro connazionali che acclamavano i soldati di un altro paese, devono essersi sentiti veramente amareggiati”. 
Chi scrive è Jack Belden, corrispondente di guerra della rivista statunitense Life. La scena descritta, coi soldati italiani incamminati verso la prigionia e con gli italiani che acclamano i soldati americani, fino a poche ore prima “nemici”, si svolse a Giacalone, un paesino nei pressi di Monreale. Era il 21 luglio 1943. Undici giorni prima gli anglo – americani erano sbarcati in Sicilia, dando inizio ad una campagna che merita di essere riletta, perché troppo spesso i testi la citano frettolosamente; eppure fu una conquista non facile, costellata anche da non pochi errori degli Alleati, e fu l’inizio dell’attacco all’Europa per liberarla dal nazismo.

Quanto accadde in Sicilia, sia sotto il profilo militare, sia sotto quello politico, è di grande interesse: proponiamo quindi ai nostri lettori di incamminarci insieme sulle strade dell’isola in quell’estate torrida, per seguire da vicino gli avvenimenti giudicati, solo poche settimane prima, come “impossibili” da Mussolini. E per fare il nostro viaggio prendiamo come guida Ezio Costanzo, che col suo libro Sicilia 1943 – breve storia dello sbarco alleato, edito da Le Nove Muse Editrice di Catania, ci racconta con dovizia di particolari e ottimo stile questa pagina basilare nella storia del secondo conflitto mondiale. La citazione d’apertura, come tutte le altre che seguiranno, sono tratte da questo libro.

“Perché morire per Hitler?”: così titolava uno dei più significativi tra i molti volantini di propaganda diffusi in Sicilia con aviolanci dagli Alleati. Il testo proseguiva sottolineando come nessuna Nazione avesse provocato l’Italia, né le avesse dichiarato guerra; proseguendo in una resistenza inutile, l’Italia avrebbe avuto solo nuovi morti, nuovo dolore, nuove rovine. Il volantino chiudeva con una frase e una domanda ad effetto: “La Germania combatterà… fino all’ultimo italiano… nessuno ti ha chiesto se volevi questa guerra. ma ti hanno mandato a morire. Ti hanno detto: CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE. Perché? Per chi? Per quanto?”.

La propaganda alleata aveva colto nel segno: gli Alleati si apprestavano allo sbarco in una Nazione sfiduciata, stanca dopo tre anni di una guerra che ormai non lasciava più illusioni, con un regime che di lì a pochi giorni avrebbe pagato la colpa di aver portato il Paese al disastro. Ciononostante, come vedremo, la campagna militare non fu per gli Alleati una passeggiata, sia per la presenza di unità tedesche sul suolo siciliano, sia per le diverse reazioni dei vari reparti italiani acquartierati sull’isola. Infine, una serie notevole di errori e leggerezze da parte degli Alleati furono alla base di quella che fu definita una “vittoria amara”.

La decisione di invadere la Sicilia fu presa alla conferenza tenuta a Casablanca dal 14 al 24 gennaio del 1943. Agli inizi di quel fatale anno le sorti della guerra stavano girando in favore degli Alleati: dopo le sconfitte in Africa le forze dell’Asse erano in gravi difficoltà anche sul fronte russo. Di lì a poco l’epica battaglia di Stalingrado si sarebbe conclusa con l’annientamento delle armate tedesche di Von Paulus. Per quanto ci riguardava più direttamente, avevamo già perduto le colonie africane e la maramaldesca vittoria sulla Francia era stata tristemente bilanciata dalla tragica avventura in Grecia, mentre diecine di migliaia di soldati italiani cadevano in Russia. Alla conferenza di Casablanca erano presenti solo Churchill e Roosevelt; il terzo grande, Stalin, non aveva voluto lasciare il territorio sovietico mentre era in corso la durissima battaglia di Stalingrado.

Il dittatore di Mosca aveva però già sollecitato gli Alleati ad aprire il fronte europeo, per alleggerire la pressione delle armate tedesche in Russia.
Se l’apertura del fronte europeo trovava concordi americani e britannici, non mancavano però le divergenze sul dove aprirlo. Churchill sosteneva la necessità dello sbarco in Sicilia per iniziare ad eliminare dal conflitto l’Italia, costringendo nel contempo Hitler a distrarre forze da altri scacchieri per venire in aiuto dell’alleato Mussolini. Il primo ministro inglese riuscì a far trionfare le proprie idee su quelle degli americani, anche perché quest’ultimi erano arrivati a Casablanca non avendo ancora risolto le divergenze esistenti tra i loro vertici militari. “Per il generale George Marshall, preoccupato per come stavano andando le cose nel vecchio continente, l’attacco all’Europa nazista doveva avere come obiettivo le coste francesi (era quello che pensava anche Stalin); l’ammiraglio Ernest J. King considerava il Pacifico, e quindi le operazioni navali contro il Giappone, l’aspetto principale della guerra contro le forze dell’Asse; per il generale Hap Harnold, comandante delle forze aeree, occorreva invece bombardare senza sosta la Germania, ritenendo che il conflitto poteva trovare soluzione solo con la potenza distruttrice delle bombe”. 

Trovarsi disuniti di fronte a Churchill era un invito a nozze per il primo ministro britannico, che convinse gli Alleati della bontà dei suoi obiettivi, che “erano molto chiari: sfruttare la supremazia africana per eliminare l’Italia dal conflitto, approfittando anche del morale ormai a pezzi della sua popolazione, che non vedeva l’ora di uscire dalla guerra”. 
Verosimilmente Churchill nascondeva in queste sue argomentazioni anche il desiderio di ampliare il dominio inglese sul Mediterraneo, pensando a una Sicilia che poteva divenire come una seconda Malta. Sta di fatto che, come gli avvenimenti successivi avrebbero dimostrato, ancora una volta l’ampiezza di vedute, strategiche e politiche, del primo ministro britannico, portava alle scelte migliori.

Il 23 gennaio 1943, nella riunione dei Capi di Stato Maggiore congiunti americani e britannici fu deciso l’attacco alla Sicilia, al quale venne dato il nome in codice di Operazione Husky. La data dello sbarco, inizialmente prevista in modo generico “per agosto”, fu in seguito definitivamente fissata per l’alba del 10 luglio. Nella conferenza di Casablanca furono nominati anche i comandanti che avrebbero guidato la campagna di Sicilia e anche in questo caso gli inglesi fecero la parte del leone, assicurandosi il comando delle tre armi: per le forze navali fu designato l’ammiraglio sir Andrei Cunningham, comandante in capo della marina inglese in Mediterraneo; il comando delle forze aeree fu assegnato al Maresciallo dell’Aria sir Arthur Tedder, mentre il generale sir Harold Alexander fu nominato comandante delle forze di terra. Comandante in capo di tutte le forze alleate impegnate nell’operazione fu nominato il generale Eisenhower, avendo come suo vice lo stesso Alexander. Eisenhower, nel quadro della pianificazione dello sbarco, formò due unità operative: la task force orientale (britannica) comandata dal generale sir Bernard Law Montgomery, e la task force occidentale (americana), comandata dal generale George Patton.

Da parte italiana e tedesca l’attacco all’Europa era ovviamente atteso e i servizi di spionaggio erano da tempo al lavoro per capire quale sarebbe stato il luogo dello sbarco tra i molti possibili nel Mediterraneo. Per ingannare il nemico gli Alleati attuarono una beffa che passò alla storia, tanto da aver successivamente suggerito anche la trama di un film. Nella tarda mattina del 30 aprile, al largo delle coste di Cadice, in Spagna, fu rinvenuto da alcuni pescatori il cadavere di un ufficiale inglese che, dai documenti in suo possesso, risultò essere il maggiore William Martin, dei Royal Marines britannici. Legata al cadavere, una borsa diplomatica conteneva documenti che furono giudicati importantissimi dai servizi segreti tedeschi, che erano stati prontamente avvisati dai colleghi spagnoli. In particolare una lettera, inviata dal Naval War Staff al generale Alexander, parlava esplicitamente di una imminente invasione della Grecia e di come i preparativi per lo sbarco in Sicilia servissero solo per sviare l’attenzione degli italo – tedeschi.

L’operazione Mincement, descritta nella falsa lettera, fu presa per vera dai tedeschi, che caddero nella trappola, come dimostrano gli ordini di Hitler, che spostò dalla Francia verso la Grecia la 1° Divisione Panzer. L’attenzione dei comandi tedeschi si concentrò così sulla Grecia nonché sulla Sardegna, ritenuta altro probabile obiettivo alleato.
Restò, e lo è tuttora, nel mistero la vera identità del cadavere ritrovato in mare dai pescatori spagnoli. Pare si trattasse di un malato di mente, morto accidentalmente per affogamento nelle acque del Tamigi. Nel cimitero della cittadina spagnola di Huelva è oggi seppellito il cadavere dell’uomo che non è mai esistito: il maggiore William Martin, nato dalla fantasia dei servizi segreti britannici.
Gli italiani non credettero invece alla messinscena inglese, convinti, a ragione, che la Sicilia fosse il vero obiettivo degli Alleati; d’altra parte, a questa certezza se ne aggiungeva un’altra, non meno allarmante della prima: l’insufficienza dei mezzi di difesa dell’isola, unitamente al morale basso sia delle truppe sia della popolazione civile, definita “rassegnata, agnostica, priva di volontà” in un drammatico rapporto redatto dal generale Alfredo Guzzoni, comandante delle forze di stanza in Sicilia.

Questo rapporto, compilato un mese prima dell’invasione e riportato in appendice nel libro di Costanzo, evidenziava anche altri problemi: le difese passive inadeguate, la carenza di mezzi corazzati, cannoni anticarro e artiglieria in genere. Inoltre, sottolineava il generale Guzzoni, molti soldati di stanza in Sicilia erano riservisti siciliani, che spesso si allontanavano arbitrariamente dai reparti per far visita alle proprie famiglie. Morale basso della popolazione, ma morale non certo migliore tra i soldati. Tutti erano “in attesa”; ma l’attesa era soprattutto della fine della guerra. Non importa come, purché finisse.
Nel quadro delle operazioni preparatorie dello sbarco, Costanzo ci parla anche di quel romanzato, ma mai dimostrato, contributo della mafia siciliana, che si sarebbe attuato a opera di Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano, criminale italo – americano, detenuto negli Stati Uniti, ma sempre in contatto coi suoi fratelli siciliani. Fu piuttosto ad invasione avvenuta che la mafia seppe sfruttare la situazione, piazzando molti suoi uomini nei posti più importanti delle amministrazioni locali, da cui poter controllare soprattutto le distribuzioni di viveri: posti chiave per arricchirsi e per riprendere posizioni di potere.

La riorganizzazione della mafia dopo l’invasione alleata è un dato di fatto dimostrabile anche solo coi nomi di alcuni pezzi da novanta, che si ritrovarono a ricoprire cariche di sindaco e assessore in diversi centro della Sicilia. È arbitrario voler accusare gli Alleati di vera e propria collusione con la mafia; piuttosto, nella ricostituzione frettolosa delle amministrazioni locali, la preoccupazione principale da parte di inglesi e americani era quella di incaricare degli affari locali personalità antifasciste e molti dei mafiosi erano stati emarginati dal fascismo, che aveva, peraltro invano, cercato di sradicare il fenomeno dall’isola. Peraltro non erano certo i mafiosi ad avere grandi problemi ideali e politici; la leggerezza e una certa ingenuità, soprattutto americane, nonché l’urgenza di ridare alle zone invase un minimo di organizzazione civile, fecero il resto.

Abbiamo visto come i tedeschi fossero convinti che la Sicilia non era l’obiettivo alleato e in questa convinzione restarono anche dopo la rapidissima conquista di Pantelleria, Lampedusa e Linosa, effettuata tra l’11 e il 13 giugno, dopo intensi bombardamenti. In particolare Pantelleria, dotata di un attrezzato aeroporto e di una stazione radar, era importante per gli Alleati, che ne avrebbero fatto una base per il decollo degli aerei che avrebbero appoggiato le successive azioni sulla Sicilia. La conquista delle tre isole non ha storia, se non per la rapidità con cui si svolse, e per le sofferenze inflitte alla popolazione civile, sottoposta a durissimi bombardamenti preparatori, gli stessi che avrebbe, di lì a poco, martoriato le principali città sicule.
L’uso indiscriminato dei bombardamenti sulle città fu una delle caratteristiche più crudeli della seconda guerra mondiale. Nel già citato incontro di Casablanca Roosevelt e Churchill decisero, tra l’altro, “una campagna aerea con un’offensiva di bombardamenti più intensa possibile… mirando soprattutto a ridurre a pezzi, oltre le fabbriche belliche, il morale della popolazione civile“. E così fu. Da quel momento per la gente non contò più nessuna ideologia, ma la sola sopravvivenza. Dopo ogni raid aereo, le persone si sentivano svuotate, sconfortate, prive di risolutezza”. 

Nei primi giorni di luglio in Sicilia erano presenti circa 260.000 soldati; 175.000 italiani e 28.000 tedeschi tra le truppe combattenti, gli altri addetti ai servizi. Le situazione drammatica delle difese dell’isola era già stata evidenziata dal generale Roatta, predecessore di Guzzoni al comando militare dell’isola. Parlando del prevedibile sbarco alleato, Roatta disse che: “…(la difesa costiera) non è in condizioni di impedire lo sbarco, ma solo in misura di ostacolarlo, di ritardarlo e di contenere per un tempo più o meno lungo l’avversario sbarcato”. Anche la superiorità aerea alleato era fuori discussione: a fronte di 1.320 aerei disponibili dagli italiani, gli Alleati potevano contare su 2.050 bombardieri e 2.200 caccia, senza contare gli aerei dislocati in Marocco e a Gibilterra.
Infine un altro problema era rappresentato dalle divergenze tra il comando italiano in Sicilia e quello tedesco. Le truppe tedesche erano, in teoria, agli ordini del generale Guzzoni, ma in pratica il comandante italiano dovette indire numerosissime riunioni con gli ufficiali tedeschi che, ancora dubbiosi sullo sbarco in Sicilia (come vedevamo, la beffa del maggiore Martin aveva funzionato), erano comunque discordi sulle località siciliane in cui sarebbe avvenuto quello che per loro restava un ipotetico sbarco. L’unica conclusione a cui poté giungere il generale Guzzoni fu che lo sbarco sarebbe stato, eventualmente, contrastabile, solo quando si fossero palesate le vere intenzioni degli Alleati. In altri termini: stiamo a vedere cosa accadrà, poi vedremo cosa riusciremo a fare…

E quel che accade è noto: nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 una poderosa flotta anglo americana fece rotta verso la Sicilia, già avvistata nel pomeriggio da un aereo da ricognizione della Luftflotte. All’alba del 10 luglio, dopo che i cannoni delle navi avevano aperto un intenso fuoco preparatorio, le forze alleate sbarcarono sulle zone previste: la VII armata americana del gen. Patton prese terra sulle spiagge di Gela, Licata e Scoglitti, mentre l’VIII Armata inglese del gen. Montgomery raggiunse le coste sud orientali della Sicilia, tra Pachino e Siracusa. Sull’isola in pochi giorni sbarcarono 181.000 uomini, di cui 115.000 britannici e 66.000 americani), con 1.800 cannoni, 600 carri armati e 14.000 automezzi. Alla fine della campagna, la presenza alleata assommò a 478.000 soldati, di cui 250.000 britannici e 228.000 americani.
Solo nel golfo di Gela le forze alleate trovarono un’energica resistenza, che costò la vita a 197 soldati italiani, che non poterono peraltro impedire una conquista, che già nella mattinata fu completata. Nelle altre zone di sbarco, anche per l’intenso bombardamento preparatorio, inglesi e americani non trovarono alcuna resistenza seria.

“Le informazioni militari sull’invasione della Sicilia furono comunque spesso confuse e piene di incertezze. Tanti ufficiali e soldati, dislocati nelle zone di operazioni, non riuscirono a comprendere la reale dimensione dell’attacco angloamericano”. L’intervento delle forze aeree, sollecitato dal generale Guzzoni, non riuscì che ad arrecare danni limitati al nemico, anche per l’intenso fuoco di contraerea.
“La potenza bellica degli americani piegò subito i fiacchi presidi italiani. Gli uomini della VII armata (americana) occuparono in breve tempo gli obiettivi stabiliti e già nella prima giornata riuscirono a catturare migliaia di prigionieri”. 

Ma il punto più debole della difesa costiera si rivelò la piazzaforte di Augusta, in teoria invalicabile, in pratica arresasi senza combattere dopo che il suo comandante, il contrammiraglio Leonardi, alle prime avvisaglie di sbarco ordinò di predisporre la distruzione di tutte le batterie antiaeree e di sabotare ogni mezzo che per evitare che cadessero in mani nemiche.
Nei primi tre giorni dallo sbarco le truppe inglesi occuparono tutta la parte sud orientale della Sicilia. I soldati italiani si arresero a migliaia, ma molti riuscirono anche a fuggire, dopo essersi spogliati della divisa e avere indossato abiti civili.
La conquista della Sicilia iniziava così nei migliori auspici per gli Alleati e avrebbe potuto continuare come una marcia trionfale, tanto più considerando che i sentimenti della popolazione civile erano fin troppo chiari, tanto da stupire il generale Patton, che nel suo diario annotò più volte le trionfali accoglienze tributate alle truppe alleate. Ma la disorganizzazione alleata e l’emergere di rivalità tra inglesi e americani, entrambi ansiosi di conquistare la maggior palma di una non difficile gloria, furono all’origine di un’avanzata lenta, che contrastò con le fulminee operazioni iniziali. In particolare i lanci di alianti e paracadutisti furono effettuati senza un’adeguata ricognizione preparatoria e senza disporre di carte aggiornate dell’isola, né mancarono tragici errori: oltre duecento soldati americani caddero sotto quello che con un eufemismo veniva già allora chiamato “fuoco amico”.

Protagonista della campagna si impose, con la sua consueta irruenza, il generale Patton, che conquistò Palermo di propria iniziativa, in pratica contravvenendo agli ordini ricevuti e ponendo Eisenhower di fronte al fatto compiuto. In “compenso” l’altra grande città sicula, Catania, fu conquistata dagli inglesi del gen. Montgomery.
Non mancarono, corollario crudele e inevitabile di ogni guerra, episodi di atrocità, tanto più ingiustificabili in una situazione militare che era comunque, aldilà delle manchevolezze degli Alleati, assolutamente definita a loro favore. Nelle campagne attorno all’aeroporto di Biscari il capitano americano Compton ordinò la fucilazione di 36 prigionieri italiani, catturati dopo la conquista del campo d’aviazione. Sulla scia del suo superiore, il sergente West uccise personalmente a colpi di mitra Thompson altrettanti prigionieri italiani. Sia Compton che West finirono davanti alla corte marziale; il secondo, condannato all’ergastolo ma liberato dopo pochi mesi, morì in Normandia. Quanto al capitano, venne prosciolto da ogni accusa.

Da parte tedesca, un episodio crudele si consumò a Castiglione di Sicilia, dove un reparto di circa 40 soldati tedeschi, provenienti da Randazzo, uccise sedici civili, ferendone una ventina, pare per rappresaglia contro l’uccisione di un loro commilitone, avvenuta nelle campagne attorno a Castiglione.
Mentre in Sicilia le truppe angloamericane avanzavano, a Roma maturavano altri avvenimenti: Ezio Costanzo dedica un capitolo del suo libro alla storica seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24/25 luglio 1943. Il Duce, sfiduciato dai suoi stessi uomini, scompare dalla vita politica italiana e inizia il periodo dei quarantacinque giorni di Badoglio.
Senza dubbio gli eventi militari in Sicilia furono il colpo di grazia all’ormai vacillante regime di Mussolini, che solo poche settimane prima aveva giudicato impossibile lo sbarco sull’isola, munita di “poderose difese”, nel famoso discorso passato alla Storia per l’errore di chiamare la linea in cui il mare tocca la costa “linea del bagnasciuga” anziché “battigia”. Ben più gravi errori di quelli lessicali erano da attribuire al duce, ma il Maresciallo Badoglio, nuovo capo del Governo, non ebbe la volontà o non poté (non è qui il luogo per un’analisi) risparmiare all’Italia ulteriori lutti. La guerra in Sicilia, come nel resto del Paese, continuò e si concluse con un altro incredibile esempio di disorganizzazione alleata, che permise a italiani e tedeschi di passare lo stretto e riparare in Calabria quasi senza subire perdite e con la quasi totalità dei mezzi. Molto semplicemente, nella pianificazione della conquista della Sicilia nessuno aveva previsto la chiusura dello Stretto di Messina, che si sarebbe potuta attuare senza problemi, data l’incontrastata superiorità aerea e militare degli Alleati.

“… i tedeschi riuscirono la sera stessa del 17 agosto a mettere in salvo anche i mezzi navali che avevano utilizzato per il traghettamento. L’esercito si riorganizzò rapidamente e tutte le armi evacuate furono rapidamente disponibili per riprendere a sparare. Di lì a poco quegli stessi soldati della Wehrmacht avrebbero dato ulteriore filo da torcere alle possenti forze angloamericane sulle spiagge di Salerno. Gli italiani ringraziarono i tedeschi per l’aiuto offerto alla loro precipitosa fuga. Il generale Guzzoni, il giorno stesso in cui l’ultimo soldato tedesco mise piede in Calabria, inviò al generale Hube un messaggio di felicitazione”. 
Conquistata l’isola militarmente, gli Alleati iniziarono la riorganizzazione del potere civile. Protagonista di questo capitolo fu la controversa figura del colonnello americano Charles Poletti, capo degli affari civili in Sicilia. Accusato di essere in collusione con la mafia, Poletti fu, con tutta probabilità, un po’ cinico e un po’ ingenuo. Preoccupato di riportare ordine con personaggi che esercitassero una reale autorità sulla popolazione, il colonnello americano non ebbe problemi a chiamare alla carica di sindaco di Villalba il mafioso di chiara fama Don Calò Vizzini; a Palermo fu nominato Lucio Tasca, uomo d’onore e sostenitore del MIS, il movimento separatista. Altri due famosi capi mafia, Vincenzo di Carlo e Giuseppe Genco Russo, ebbero rispettivamente la sovrintendenza all’assistenza pubblica di Mussomeli e il controllo sugli ammassi del grano.

Parlavamo di ingenuità e cinismo: se nella prima gli americani sono spesso stati campioni in politica estera, anche in quanto a cinismo non hanno mai difettato. Possiamo dire che, se non è possibile attribuire un dolo specifico a Poletti, è però un dato di fatto che la mafia trovò nell’invasione alleata un insperato rilancio di potere, dal quale non si sarebbe più distaccata.
Il libro di Ezio Costanzo si chiude con una interessante appendice documentale ed è arricchito da numerose fotografie: le rovine, le figure smagrite degli isolani che ricevono cibo dai soldati alleati, i cadaveri abbandonati per le strade, sono il drammatico strumento per non dimenticare cosa porta la guerra… morte, dolore, sofferenza.

PAOLO DEOTTO

Sedici morti, venti feriti, trecento prigionieri: questo fu il bilancio della strage di Castiglione di Sicilia, compiuta dalla Divisione Goering nell’agosto …

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