STORIA: SICILIA 1943 … parte terza

Vediamo ora, dopo i primi due articoli introduttivi, scritti da PAOLO DEOTTO e CLAUDIO LI GOTTI, passo dopo passo come avvennero realmente i fatti di quei maledetti quattro mesi, riportando anche le frasi e battutte dei personaggi che vissero quei momenti tramatici.

Ricordiamo che questi articoli devono servire al lettore-modellista a rendere serve viva la memorie e le gesta di questi eventi storici ma sopratutto al modellista devono servire come spunto per la realizzazione di nuovi modelli o opere modellistiche. BUONA LETTURA

 

“…Su Monte Castelluccio ho innalzato un monumento ai miei morti. Ai piedi di esso ho posto una lampada votiva sempre accesa che io solo vedo, come io solo vedo il monumento.  Questa lampada è il mio cuore: io non potrò mai spegnerla finché sarò in vita perché io soltanto so quanto grande e glorioso sia stato il loro sacrificio…”

(Tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, comandante del III° battaglione del 34° reggimento di fanteria della 4° divisione meccanizzata Livorno, parole scolpite sulla stele commemorativa al Castelluccio posta dal Comune di Gela nel 1983, nel quarantesimo anniversario della battaglia di Gela)

PROLOGO

Era un’altra notte di guerra a Gela.
Scendeva una fitta pioggia.
In quel preciso momento Licata poco più a ovest era bombardata dal mare, come dall’altra parte dell’isola era capitato alle 20,00 di sera Siracusa Catania, mentre Taormina era stata attaccata dagli Spitfire inglesi di Malta sia quella mattina che a metà pomeriggio, con obiettivi il comando tedesco del San Domenico ed il ripetitore radio di Castelmola.
Nel tardo pomeriggio però i B-25 Mitchell e B-26 Marauder americani avevano bombardato proprio la piana alle spalle della città, le vicine Butera, Niscemi, Mazzarino, Caltagirone, Acate ed anche Caltanissetta: nel capoluogo avevano colpito la Cattedrale, la caserma dei carabinieri, la posta centrale, la corte d’appello, numerosi edifici pubblici e privati, facendo addirittura 351 vittime.

 

Le campane della Chiesa Madre erano suonate a distesa e la gente era fuggita verso le campagne.

Tre finanzieri in bicicletta percorrevano il litorale tra il vecchio pontile ed il caricatore.
Da giorni si succedevano voci su presunti sbarchi di infiltrati, su sabotaggi, su misteriosi incontri clandestini tra personaggi altolocati della nobiltà baronale siciliana e “stranieri” non ben definiti, e forti erano le voci di una grande armata di navi pronta a fiondarsi davanti alle coste siciliane dall’Africa: il comando della VI° armata temeva molto il periodo senza luna iniziato il 26 giugno, per cui dal comando legione di Palermo raccomandavano una stretta sorveglianza delle spiagge, nelle ore di maggior buio.
Per fortuna il periodo illune andava a finire proprio quella notte…

Sacramentando sotto gli scrosci di pioggia alimentati da un tesissimo vento da ovest i tre militari, al comando del brigadiere Santo Arena, pedalavano sulla strada sterrata che costeggiava la spiaggia quando, all’improvviso, ad uno di loro era sembrato di vedere delle ombre in movimento sulle acque agitate dalla tempesta: insospettito, l’uomo aveva chiamato il superiore e insieme, buttate le bici a terra, si erano acquattati tra i canneti sferzati dal vento ed infradiciati dalla pioggia, puntando le torce verso il mare.

Una corrente molto forte increspava visibilmente la superficie delle acque formando altissimi e rumorosi cavalloni, ma una pesante foschia gelatinosa ovattava la vista dell’orizzonte, senza che le torce potessero illuminare molto più in là.
“Vitale, vedi qualcosa lì? Buttaci un po’ più di luce…”
La voce apparentemente fredda del brigadiere trasudava tensione: qualcosa si intravedeva lontano, quando qualche lampo rompeva il buio della notte, ma non si capiva cosa…

“Tu -rivolto al terzo finanziere della pattuglia, che era qualche metro più in là, attardato da un bisogno fisiologico- torna al comando e riferisci che buttino un occhio nel settore del vecchio pontile”.
Mentre l’altro si allontanava, Arena estrasse la sua piccola Beretta 34 d’ordinanza dalla fondina, tolse la sicura e inginocchiandosi tra le canne sferzate dal vento e dalla pioggia disse, guardando l’orizzonte: “Vitale, punta il 91 verso il mare e spara!”
L’appuntato Mario Vitale, un po’ intimorito, imbracciò affannosamente il fucile, mirò ad un punto immaginario davanti a sé ed al segno del superiore fece fuoco insieme a lui.
All’improvviso, come obbedendo al medesimo ordine, si accesero le potentissime luci di alcuni proiettori alle loro spalle, illuminando a giorno per un breve, lunghissimo attimo, tutto il nero che fino a quell’attimo incombeva davanti a loro: decine di imbarcazioni avanzavano silenziosamente tra le onde verso la spiaggia!
Subito dopo le batterie costiere italiane aprirono anch’esse il fuoco ma quasi contemporaneamente, dal mare, decine, forse centinaia di lampi rossi si accesero lungo la linea sconfinata dell’orizzonte, seguiti da una serie di sibili.

“Via da qui, porca puttana!!!”, urlò Arena.

Dopo pochi secondi decine di proietti di grosso calibro, in rapida successione, uno più preciso dell’altro, cominciarono a cadere proprio lì, di fronte agli stupiti finanzieri.

Era successo che il comandante del CDXXIX° battaglione costiero italiano, il maggiore Arnaldo Rabellino, aveva segnalato al suo comando i primi mezzi da sbarco in direzione di Senia Ferrata: le artiglierie costiere subito entrate in azione avevano rivelato la loro posizione alle navi nemiche della Task Force 80 del Viceammiraglio Henry Hewitt, a bordo della nave comando AP-64 Monrovia, che avevano immediatamente risposto.
I due militari, inforcate in fretta e furia le biciclette, si fiondarono verso il loro comando, ma una granata esplosa poco lontano li fece cadere a terra: Vitale si rialzò, spaventato ma illeso, ma una scheggia aveva gravemente ferito Arena, che si lamentava penosamente.

Il giovane appuntato lo sollevò con cautela e lo strinse a sé, cominciando a correre verso la città, con Arena che pure cercava di spingere sui piedi per non gravare troppo col suo peso.
Con l’affanno che gli mozzava il respiro, sporchi di pioggia, sangue e sabbia, i due finanzieri cercavano di ripararsi dietro le dune ed i fitti canneti, con la spiaggia sempre più incenerita dagli scoppi, mentre alle loro spalle li inseguivano centinaia di proiettili, creando vistosi sbuffi di sabbia sulla spiaggia resa compatta dalla pioggia battente: erano le mitragliatrici pesanti dei mezzi anfibi da sbarco per la fanteria LCI (Landing Craft Infantrye per i carri LCT (Landing Craft Tanks), quelli che i due finanzieri avevano intravisto prima nel buio del mare.
Sotto i colpi del cacciatorpediniere Shubrick si spensero due proiettori delle difese costiere, uno dietro l’altro, e subito dopo saltò in aria la polveriera di Ospizio Marino.
Lo spostamento d’aria scagliò lontano i due finanzieri.
Arena restò incosciente a terra, coperto di sangue.
Vitale lo prese sulle spalle e cominciò a risalire la spiaggia, sotto le esplosioni che sembravano prenderli accuratamente di mira ad ogni passo, riuscendo a portarlo presso la casa di un conoscente, ormai in gravi condizioni, ed a sdraiarlo su un letto morbido.
Santo Arena sarebbe morto dopo sei giorni d’agonia senza più riprendere conoscenza, in una nave ospedale americana: come tradizione quando si muore in mare, le sue spoglie riposano ora da qualche parte in fondo al Mediterraneo.
Vitale invece sarebbe tornato a fare il suo dovere di soldato, scomparendo dalla Storia.
Uno di quei 650 finanzieri, spesso maturi padri di famiglia, che si sarebbero trovati a combattere loro malgrado in prima linea nei Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.), nei Posti di Osservazione e Allarme (P.O.A.), nei Posti di Blocco Costiero (P.B.C.), suddivisi in unità di poche decine di uomini pomposamente chiamate brigate litoranee.

Mentre le fotoelettriche inondavano il mare ribollente di pioggia e di urla belluine, e l’aria, satura dei suoni e degli odori della battaglia, era solcata dai traccianti dell’una e dell’altra parte, i piccoli LCA (Landing Craft Assault) lunghi 13 metri, ognuno con 36 uomini armati di tutto punto più 4 d’equipaggio, si avvicinavano a riva protetti dalla nebbia artificiale, tra gli sbuffi dei proietti scagliati dalle batterie campali da 75/27 del XXI° gruppo C.K. della Guardia alla Frontiera del tenente colonnello Salvatore Lauritano: la 49° e la 330° tra Montelungo e la vicina Capo Soprano, alla periferia ovest della città, la 451° a Punta Zafaglione, alla foce del Fiume Dirillo, l’81° a Case Spinasanta e l’ultima, la 452°, a Punta Braccetto, impegnata contro le truppe anglo-canadesi contemporaneamente sbarcate a Pachino.
Gela era proprio al centro dell’area attaccata.

Era sabato 10 luglio 1943 e gli orologi segnavano le 03,10 di notte. 
Era cominciata l’Operazione “Husky”sarebbe passata alla Storia come lo Sbarco di Sicilia.

 

PRIMO ATTO

L’ATTACCO ALL’ITALIA

1.L’ITALIA, “VENTRE MOLLE” DELL’ASSE

LA CONFERENZA DI CASABLANCA (14-24 GENNAIO 1943)

L’idea di attaccare l’Italia era stata presa ormai molti mesi prima, in Marocco, nella Conferenza interalleata di Casablanca, tenutasi in quella città dal 14 al 24 gennaio 1943 tra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il premier britannico Winston Churchill ed il riottoso leader della Francia  Libera, il Generale Charles De Gaulle (giunto infatti solo il 22 gennaio dopo essersi fatto rappresentare dal Generale Henri Giraud, comandante delle truppe francesi in Africa e da sempre suo grande rivale).

Totalmente dominato da Churchill, il vertice aveva stabilito di imporre alle nazioni dell’Asse la resa senza condizioni, aveva deciso gli obiettivi dello sbarco (al contrario degli americani, che puntavano più ad uno sbarco nella Provenza francese, Churchill invece guardava proprio alla Sicilia, parte di quell’Italia ritenuta il “ventre molle” dell’Asse) ed infine aveva anche scelto i capi dell’azione, tutti inglesi tranne il comandante generale, Eisenhower, americano.

L’OPERAZIONE “MINCEMEAT”

In una riunione tenutasi il 27 giugno con i rispettivi Stati Maggiori, il Generale italiano Alfredo Guzzoni, neo comandante della VI° armata italo-tedesca di Sicilia, ed il Generale tedesco Albert Kesserling, comandante delle truppe germaniche in Italia, avevano discusso delle prossime mosse da farsi in Sicilia.
A differenza degli italiani (e dello stesso Kesserling), Hitler si era infatti convinto che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia, ingannato da una geniale operazione di disinformazione degli Alleati  chiamata in codice “Mincemeat”, cioè carne tritata, polpetta, ideata da uno sconosciuto capitano della Naval Intelligence Division, appartenente al Combined Operation Command alleato, tale Ewen Edward Samuel Montagu.

 

EWEN EDWARD SAMUEL MONTAGU ideatore dell’operazione MINCEMEAT

 

Montagu aveva fatto ritrovare il 30 aprile 1943 al largo di Cadice, in Spagna, il cadavere di un finto maggiore inglese, tale William Martin dei Royal Marines, apparentemente morto per un incidente aereo, in realtà trasportato in incognito su un apposito contenitore piombato e poi rilasciato in favore di corrente da un sommergibile britannico, il Seraph (solo il comandante della nave Norman Limbury Aushinlek “Bill” Jewell e due altri ufficiali sapevano tutto).
Il cadavere in verità era quello di un 34enne gallese, Glyndwr Michael, morto suicida per avvelenamento da topicida, non rilevabile coi mezzi dell’epoca: la gendarmeria spagnola, presi in consegna i poveri resti, portati all’obitorio ormai in avanzato stato di decomposizione, trovò nella divisa un falso tesserino con la foto del finto maggiore, oltre a lettere inventate di sana pianta ed inviate al padre ed alla fidanzata Pam ed effetti personali creati ad hoc, tra cui persino una lettera di sollecito della Lloyds Bank.
Soprattutto però vennero recuperate dalla cartelletta che il presunto ufficiale portava con sé, legata al polso con una catenina, due lettere assolutamente false, una del Vicecapo di Stato Maggiore Imperiale, il Generale Archibald “Archie” Nye, e l’altra addirittura dell’Ammiraglio Lord Louis Mountbatten in persona, capo dello stesso C.O.C., firmate veramente dai due altissimi personaggi, pienamente a conoscenza del falso, e indirizzate entrambe al Maresciallo Sir Harold Rupert Leofric George Alexander, Conte di Tunisi, capo del XVIII° gruppo di armate in Nord Africa (totalmente all’oscuro).

Le due lettere facevano chiaramente capire, per la colloquialità insieme falsissima e credibile, per i rapporti di amicizia notoriamente intercorrenti tra i personaggi, per le informazioni di cui potevano benissimo essere a conoscenza, per i toni adottati, per alcune corrette annotazioni sull’andamento della guerra, etc., come luogo designato per lo sbarco principale fosse il Peloponneso in Grecia, operazione designata proprio con il nome in codice di “Husky”, quello del tipico cane siberiano da slitta, per confondere ancor di più i tedeschi, e fossero previsti due sbarchi secondari di copertura sulle coste tirreniche siciliane ed in Sardegna, in codice “Brimstone” (Zolfo).
Nella lettera di Mountbatten era altresì chiaramente spiegato come il falso maggiore Martin fosse destinato al Nord Africa, dove avrebbe dovuto collaborare con l’Ammiraglio Cunningham per la stesura dei piani per l’assalto alla “patria delle sardine”. 
Ovviamente il servizio segreto spagnolo aveva passato le copie delle due lettere all’agente locale dell’Abwehr, il servizio militare tedesco, Adolf Clauss, e da qui esse erano finite direttamente sulla scrivania del Fuhrer.

Hitler ci era cascato in pieno ed aveva così disposto l’invio di ben 10 divisioni nei Balcani, di cui 5 aviotrasportate ed una corazzata, e ben 7 solo in Grecia, oltre ad una in Corsica ed un’altra in Sardegna, mentre interi stormi aerei tedeschi erano stati inviati dalla Sicilia nelle basi sarde: quando la macchina decrittatrice ULTRA del Secret Service britannico intercettò i messaggi in codice inviati il 12 maggio con la macchina ENIGMA dal servizio informazioni dell’esercito tedesco (Wermacht-Fuhrungsstab) a tutti i  comandi nel Mediterraneo con l‘avvertimento a prepararsi a difendere Sardegna e Peloponneso da possibili sbarchi nemici il capitano Ewen Montagu capì di aver fatto bingo (“Mincemeat swallowed, rod, line and sinker”, cioè “Polpetta inghiottita con canna, lenza e piombino”, fu il messaggio in codice inviato a Churchill).
La Sicilia era ora quasi indifesa.
Il cadavere del finto maggiore William Martin, restituito solo il 13 maggio al viceconsole inglese di Huelva tra mille proteste per il ritardo, fu sepolto con tutti gli onori militari proprio a Huelva: la tomba, che ora nella lapide reca anche il nome del “vero” Glindwr Michael, è tuttora ospitata lì.

 

 

 

LA SCONFITTA DELL’ASSE IN AFRICA

L’11 maggio 1943 nel settore di Enfidaville in Tunisia la V° armata corazzata tedesca di  Hans Jurgen von Arnim, l’ex Deutsches Afrika Korps (tre divisioni corazzate, 10°, 15° e 21°, cui era stata aggregata dalla Francia la 1° corazzata “Hermann Goering”, più la 90° e la 164° di fanteria leggera e la brigata paracadutisti Ramke), si era arresa agli anglo-americani ed ai francesi, seguita solo alle 12,30 del 13 maggio dalla I° armata italiana di Giovanni Messe, generale dei bersaglieri, il migliore italiano della guerra, già comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia .
Lottando fianco a fianco coi tedeschi il XXX° Corpo d’Armata di Vittorio Sogno (con la divisione corazzata “Centauro” del Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, marito della primogenita di Vittorio Emanuele, Iolanda di Savoia, quella di fanteria “Superga” di Fernando Gelich, la 50° brigata speciale di Giovanni Imperiali ed il 1° reggimento di fanteria di marina “San Marco”), il XX° di Taddeo Orlando  (divisioni motorizzate “Trieste” di Francesco La Ferla e “Giovani Fascisti” di Nino Sozzani) ed il XXI° di Paolo Berardi (divisioni di fanteria “La Spezia” al comando di Gavino Pizzolato, caduto in combattimento, “Pistoia” di Giuseppe Falugi e Raggruppamento sahariano di Alberto Mannerini) avevano sconfitto ripetutamente a nord-ovest la I° armata britannica di Kenneth A.N. Anderson, il XIX° C.A. francese di Alphonse Juin e l’inesperto II° C.A. americano dell’inetto Lloyd Fredendall, sostituito subito dopo il disastro di Kesserine da George Smith Patton Jr., prima di arretrare sulla linea del Mareth sotto la spinta da nord dei fanti della 1° e 3° divisione americane e dei corazzati del Combat Command B del colonnello P.M. Robinett della 1° corazzata ed infine cedere definitivamente all’attacco da est della sopravveniente VIII° armata britannica di Bernard Law Montgomery, vittoriosa ad El Alamein.

 

GIOVANNI MESSE con i suoi soldati Giovanni Messe – brindisino classe 1883 – ha scritto il suo nome fra quelli dei più autorevoli generali del nostro Paese, conducendo una carriera militare capace di attraversare l’intera storia militare italiana del primo Novecento. Volontario dal 1901; sottotenente in Libia nel 1911; capitano, maggiore e tenente colonnello tra i fuochi della Prima guerra mondiale; generale di divisione in Albania nel 1939; generale di corpo d’armata sul fronte greco-albanese nel 1940; comandante del CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) nel 1941; comandante del XXV Corpo dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia); generale d’armata e maresciallo d’Italia in Tunisia fino alla prigionia nel 1943. Tutte le sue ultime campagne si conclusero nella sconfitta e non tutte le sue guerre furono da ricordare. Ma di Messe, nella memorialistica, è rimasta l’immagine di un militare tutto d’un pezzo, brusco, capace di non piegarsi davanti all’alleato tedesco, respingendo se necessario gli ordini del feldmaresciallo della Wehrmacht Ludwig von Kleist. Quando Mussolini volle rafforzare il contingente sul fronte russo – trasformandolo da CSIR ad AMIR – Messe non esitò a comunicare al Comando supremo a Roma che «l’invio […] di un corpo d’armata, per giunta dotato di così scarsi mezzi su quattro ruote, sarebbe un grave errore». L’episodio più luminoso della sua carriera giunse probabilmente all’inizio del 1943. In quei mesi, in Tunisia – dopo la vittoria alleata ad El Alamein – si combatteva la battaglia di Mareth. Il valore dimostrato da Messe in quella circostanza fu testimoniato da uno dei più grandi eroi della Seconda guerra mondiale, Bernard Law Montgomery, che incontrò Messe poche ore dopo l’inizio della prigionia di quest’ultimo. Dopo un iniziale battibecco, Montgomery invitò Messe nella sua stanza e gli mostrò una fotografia di Rommel confidandogli che, prima di ogni battaglia, si era sempre domandato cosa avrebbe fatto al suo posto The Desert Fox. Aggiunse, con una frase che riempì d’orgoglio Messe: «Se avessi saputo che da Mareth in poi avevo di fronte voi, mi sarei procurato la vostra fotografia». Poco tempo dopo Messe fu trasferito in un’abitazione nella campagna britannica, nei pressi di Oxford. Alla fine del 1943 fu riportato dagli inglesi in Italia, divenne Capo di Stato Maggiore e si occupò della ricostruzione di un esercito quanto mai provato e decimato. Mantenne la carica per due anni, fino al 1945. Nel 1948 fece il suo ingresso in Senato, eletto nelle liste della Democrazia Cristiana mentre nel 1955 fondò il gruppo monarchico Unione Combattenti d’Italia. Morì a Roma nel 1968. Aveva ottantacinque anni, dei quali oltre quaranta impiegati combattendo per il suo Paese.

Nonostante gli eroismi del 7° bersaglieri a Sidi Bou Zid (dove cadde falciato da una mitragliatrice americana il colonnello Luigi Bonfatti, comandante del 7°), del 5° bersaglieri e dei carristi della Centauro a El Guettar, dei carristi e del 66° fanteria della Trieste a Mèdenine, del III° battaglione “Tobruch” del San Marco e del 5° e 10° bersaglieri allo Uadi Akarit, dei resti del 5°, dell’8°, del 9° e del 10° bersaglieri ad Enfidaville, aggregati alla Giovani Fascisti, l’ultima divisione a mollare (l’unica del Regio Esercito composta interamente da volontari fascisti della G.I.L., la Gioventù Italiana del Littorio),Messe si era visto rifiutare ostentatamente l’Onore delle Armi.
Pur circondato e senza speranze, non aveva quindi accettato di arrendersi ad Henri Giroud, ritenendo “disumano” il trattamento da lui riservato ai prigionieri italiani, e solo dopo che Benito Mussolini il 12 maggio gli ebbe telegrafato “Cessate il combattimento. Siete nominato Maresciallo d’Italia. Onore a Voi ed ai Vostri prodi” si era presentato al Generale Bernard Cyril Freyberg della 2° divisione neozelandese dell’VIII° armata. 
Giovanni Messe sarebbe stato il prigioniero dal grado più alto catturato dagli Alleati nell’intero conflitto.

Il bollettino di guerra italiano n. 1083 del 13 maggio 1943 recitava:

“La I Armata italiana, cui è toccato l’onore dell’ultima resistenza dell’Asse in terra d’Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento. Sottoposta all’azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze angloamericane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, con il solo valore delle sue fanterie, l’urto nemico. E’ così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, 35 mesi”.

Mussolini, per una volta che i tedeschi si erano arresi per primi, ci aveva tenuto a farlo rimarcare, tuttavia con la resa di quelle truppe andavano perduti 250.000 veterani che sarebbero stati utili per la difesa dell’Europa.

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